Andrea Cannella @ Altervista.org – Maturità 2008

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Da Lenin a Stalin: verso il totalitarismo

Nell’aprile del 1922 Josip Djugasvili (noto con il nome di Stalin), ex commissario alle Nazionalità, venne nominato segretario generale del partito. Nello stesso periodo Lenin cominciò a manifestare i sintomi della malattia che lo porterà fino alla morte avvenuta nel gennaio 1924 e che comunque gli avrebbe procurato diversi handicap prima dell’avvento di essa.
Lenin aveva fino ad allora controllato il partito e fatto in modo di evitare scontri tra il gruppo dirigente. Ma con Stalin alla segreteria le cose cambiarono parecchio: i dissensi interni si fecero sempre più aspri anche e soprattutto in vista della lotta per la successione.
Il primo problema che si presentò vide come protagonisti Stalin e Trotzkij. Il problema era legato alla centralizzazione e burocratizzazione del partito: se ciò fosse avvenuto, il leader vedeva rafforzare i propri poteri. Solo Trotzkij, tuttavia, si rivoltò contro la gestione del partito; gli altri dirigenti, invece, fecero blocco comune con Stalin.
Altro motivo di scontro era l’isolamento internazionale dell’unione sovietica, che si trovava dunque costretto a dedicare energie per la difesa e a sopportare da solo il peso dell’arretratezza. Secondo Trotzkij, dunque, l’unione sovietica doveva: aumentare il ritmo dell’industrializzazione; favorire l’espandersi del processo rivoluzionario nell’occidente europeo e nei paesi più sviluppati. Questa tesi di Trotzkij fu denominata “rivoluzione permanente”. Contro di essa scese in campo lo stesso Stalin. Questi sosteneva che la vittoria del “socialismo in un solo paese” era “possibile e probabile” e che l’Unione Sovietica aveva le forze per fronteggiare i paesi occidentali.
La teoria del socialismo in un solo paese rompeva con la tradizione bolscevica, tuttavia si adattava alla situazione reale che non consentiva un’ondata rivoluzionaria nel resto d’europa. Inoltre i paesi europei, conosciuta la tesi staliniana, si decisero a riconoscere lo stato sovietico (in quanto non rappresentava più una minaccia). Tutto ciò rafforzò ulteriormente la leadership di Stalin a svantaggio di Trotzkij che divenne a tutti gli effetti un emarginato.
Altro motivo di scontro e di annientamento degli oppositori si ebbe dal punto di vista economico. Nell’autunno del 1925 Zinov’ev e Kamenev avevano chiesto un’interruzione dell’esperimento della Nep (che aveva le sembianze di un sistema capitalistico), tesi già sostenuta da Trotzkij. Ma la tesi opposta, ovvero la prosecuzione della Nep, trovava l’appoggio di Stalin, oltre che di un altro dirigente comunista, Bucharin. Alla fine del 1925 Zinov’ev e Kamenev si riaccostarono a Trotzkij, cercando di far fronte comune.
Ma ormai i tempi erano cambiati. Stalin si avviò verso una dittatura personale che non aveva quasi nulla di diverso dagli altri totalitarismi del resto d’europa. I leaders avversari vennero esiliati. I loro seguaci perseguitati e incarcerati. Trotzkij fu deportato in Asia e successivamente espulso dai confini dell’Urss.
Si chiudeva definitivamente una fase della rivoluzione russa e se ne priva un’altra, che portava la Russia verso il dominio assoluto di Stalin.