Andrea Cannella @ Altervista.org – Maturità 2008

Visita anche www.andreacannella.com

Economia: comunismo di guerra e nep

L’economia russa ai tempi della presa del palazzo d’inverno non era delle migliori.
Inoltre vi era una situazione finanziaria catastrofica: le banche furono nazionalizzate e i debiti con l’estero cancellati. Nonostante queste misure il governo non riusciva a riscuotere tasse ed era dunque costretto a stampare a ritmo incessante cartamoneta. I cittadini russi finirono così a pagare tramite il baratto, e il pagamento in natura divenne quasi l’unico mezzo per pagare.
Dall’estate del ’18 il governo attuò quello che sarà poi chiamato “comunismo di guerra” (è chiaro il riferimento al “socialismo di guerra” tedesco)che prevedeva: la nazionalizzazione dell’industria, la soppressione del commercio privato (sostituito dal razionamento e dalla distribuzione pubblica di generi alimentari), un ulteriore sviluppo degli scambi in natura, l’invio di distaccamenti operai nelle campagne per la requisizione di viveri a favore dell’esercito e degli abitanti delle città. Quest’ultima disposizione non fu però accettata dalla popolazione rurale che, alla raccolta forzata delle derrate decretata dalle autorità, rispose con sollevazioni e con il rifiuto di coltivare la terra.
Il comunismo di guerra si rivelò comunque un fallimento.
Terminata la guerra civile, la grave crisi sociale ed economica in cui versava il paese indusse Lenin ad abbandonare il comunismo di guerra per adottare la Nep.
Adottata precipitosamente per volere di Lenin mentre le campagne insorgevano contro le requisizioni e Kronstadt era in rivolta, portò a un graduale ristabilimento dei rapporti di mercato, che permise al regime sovietico di guadagnare il consenso del mondo rurale e una rapida ripresa dell’economia, devastata dalle distruzioni della prima guerra mondiale e della guerra civile. Nel 1925 venne raggiunto, complessivamente, il livello di sviluppo prebellico. Nella seconda metà degli anni venti, la Nep favorì una crescente differenziazione sociale nelle campagne, mentre nelle città si formavano consistenti sacche di disoccupazione. Un freno alla modernizzazione del paese venne dalla crisi dell’industria pesante, che necessitava di ingenti investimenti di capitale e richiedeva un intervento diretto dello stato.
Fu abbandonata alla fine degli anni venti, quando, di fronte alla crisi degli ammassi cerealicoli provocata dall’errata politica dei prezzi del governo e alle difficoltà dell’industrializzazione, il gruppo dirigente staliniano impose la collettivizzazione dell’agricoltura.