Andrea Cannella @ Altervista.org – Maturità 2008

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Da Kerenskij alla Rivoluzione d’Ottobre

Nell’agosto 1917 L’vov rassegnò le dimissioni. Le redini del governo vennero assunte da Karenskij. Ma Kerenskij non godeva di consensi tra gli esponenti del suo stesso partito, ed inoltre aveva contro anche il nuovo uomo forte: il comandante dell’esercito Kornilov.
Ai primi di settembre quest’ultimo lanciò un ultimatum al governo chiedendo il passaggio dei poteri alle autorità militari.
Kerenskij reagì chiamando in causa tutte le forze socialiste, compresi i bolscevichi. Si distribuirono armi alla popolazione e si incitarono alla rivolta le truppe di Kornilov. Il colpo di stato fu così stroncato sul nascere. Ma a rafforzarsi furono proprio i bolscevichi che ottennero la maggioranza nei soviet di Pietrogrado e Mosca. I tempi erano maturi, secondo Lenin, per lanciare la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet” e preparare l’insurrezione contro il governo provvisorio.
Il 23 ottobre 1917 i bolscevichi decisero di rovesciare con la forza il governo Kerenskij. La decisione fu presa durante una drammatica seduta del Comitato centrale del Partito, nella quale Lenin dovette superare forti opposizioni, fra le quali quelle di Gregorij Zinov’ev e Lev Kamenev.
Favorevole all’insurrezione era, invece, Lev Davidovic Bronstein, meglio conosciuto come Trotzkij, esponente di punta della sinistra menscevica e presidente del soviet di Pietrogrado dal settembre dello stesso anno.
Quest’ultimo fu la mente organizzativa della rivoluzione.
La mattina del 7 novembre (25 ottobre secondo il calendario russo) soldati rivoluzionari e guardie rosse (le milizie operaie) circondarono e isolarono il “Palazzo d’Inverno” (già residenza degli zar e ora sede del governo provvisorio) e se ne impadronirono la sera stessa.
L’attacco al Palazzo d’Inverno doveva  avere, nella mente dei rivoluzionari, la stessa funzione della presa della Bastiglia nella Rivoluzione Francese: assurgere a simbolo della Rivoluzione Russa. Esso non fu, fortunatamente cruento: pochissime furono le vittime dei rari scontri che vi furono.
Nello stesso momento della presa del Palazzo, si riunì a Pietrogrado il Congresso panrusso dei Soviet, ovvero l’assemblea alla quale prendevano parte i delegati dai soviet di tutta la Russia. Il congresso, come primo atto, approvò due decreti firmati da Lenin. Il primo faceva appello alle popolazioni dei paesi belligeranti “per una pace giusta e democratico […] senza annessioni e senza indennità”. Il secondo dichiarava l’abolizione immediata della proprietà privata senza alcun indennizzo.
Grazie a questo secondo provvedimento, il nuovo potere poteva garantirsi l’appoggio delle masse contadine.
Nel frattempo era stato costituito un governo rivoluzionario chiamato “Consiglio dei commissari del popolo”, interamente costituito da bolscevichi, e di cui Lenin era presidente.
Solo la sinistra dei socialrivoluzionari appoggiò il nuovo governo ed entrò a farne parte (successivamente) con tre suoi esponenti. Gli altri gruppi di sinistra protestarono contro l’atto di forza. Tuttavia non protestarono apertamente, ma preferirono puntare le loro carte sull’Assemblea Costituente, le cui elezioni erano state fissate per la fine di novembre.
Alle elezioni i bolscevichi ottennero una cocente delusione: ottennero solamente 175 seggi su 707 (meno di un quarto). Gli unici vincitori furono i socialrivoluzionari che riuscirono ad ottenere oltre 400 seggi ottenendo quindi la maggioranza assoluta. Ma i bolscevichi non avevano intenzione di mandare in fumo i loro progetti.
Così già la prima seduta della Costituente, che avvenne in gennaio, fu sciolta grazie all’intervento delle truppe militari bolsceviche su ordine del congresso dei soviet. Quest’atto di forza era coerente con la linea di Lenin, che non credeva nelle forme della “democrazia borghese” e riconosceva al solo proletariato il diritto di guidare la rivoluzione attraverso i soviet (sua espressione diretta) e il partito. Certo è che, con quest’atto, i bolscevichi rompevano definitivamente con gli altri gruppi socialisti: hanno posto le premesse per la dittatura di partito.